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Il grande angolo (1966), o sulla scrittura angolare di Giulia Niccolai
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Il contributo propone una lettura bifocale de Il grande angolo (1966) (anti)romanzo esordiale di Giulia Niccolai, a quell’altezza prossima ad abbandonare il suo “primo mestiere” di fotografa. Non può sfuggire la dimensione autotanatobiografica di un romanzo che vede protagonista la giovane fotoreporter Ita e che assume da subito il carattere postumo e persino mortuario che già Barthes attribuiva al fotografico in quanto tale. Il fotografico non rimane nella mera superficie contenutistica, ma informa di fatto tutta l’esperienza percettiva messa in campo dal e nel romanzo. Allo stesso tempo, e pur non negandone l’importanza, l’intervento intende distanziarsi dalle recenti analisi del romanzo, tutte concentrate a ravvisare il ruolo del fotografico nel processo di scrittura narrativa. Il mio secondo fuoco è, infatti, quello di fare luce (o di attraversare le ombre) sulle modalità con cui la tecnologia della scrittura stessa – sia a livello intra- e macrotestuale sia a livello più propriamente diegetico nella figura di Ita costantemente inquadrata e squadrata in azioni inerenti alla scrittura – a sua volta interviene nell’epistemologia angolare e puntiforme de Il grande angolo. In attesa di future verifiche, proprio una più attenta analisi testuale può aiutare a incrinare un certo assioma critico, mai davvero messo in dubbio nemmeno nei numerosi studi recenti, che stabilisce come ovvia la vicinanza de Il grande angolo alla nuova narrativa della cosiddetta école du regard.
Title: Il grande angolo (1966), o sulla scrittura angolare di Giulia Niccolai
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Il contributo propone una lettura bifocale de Il grande angolo (1966) (anti)romanzo esordiale di Giulia Niccolai, a quell’altezza prossima ad abbandonare il suo “primo mestiere” di fotografa.
Non può sfuggire la dimensione autotanatobiografica di un romanzo che vede protagonista la giovane fotoreporter Ita e che assume da subito il carattere postumo e persino mortuario che già Barthes attribuiva al fotografico in quanto tale.
Il fotografico non rimane nella mera superficie contenutistica, ma informa di fatto tutta l’esperienza percettiva messa in campo dal e nel romanzo.
Allo stesso tempo, e pur non negandone l’importanza, l’intervento intende distanziarsi dalle recenti analisi del romanzo, tutte concentrate a ravvisare il ruolo del fotografico nel processo di scrittura narrativa.
Il mio secondo fuoco è, infatti, quello di fare luce (o di attraversare le ombre) sulle modalità con cui la tecnologia della scrittura stessa – sia a livello intra- e macrotestuale sia a livello più propriamente diegetico nella figura di Ita costantemente inquadrata e squadrata in azioni inerenti alla scrittura – a sua volta interviene nell’epistemologia angolare e puntiforme de Il grande angolo.
In attesa di future verifiche, proprio una più attenta analisi testuale può aiutare a incrinare un certo assioma critico, mai davvero messo in dubbio nemmeno nei numerosi studi recenti, che stabilisce come ovvia la vicinanza de Il grande angolo alla nuova narrativa della cosiddetta école du regard.
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