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Estetica del controllo e dell'assenza nel disastro del Vajont e nella Chiesa Monumentale di Santa Maria Immacolata di Giovanni Michelucci

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Questo articolo esamina l'intersezione tra estetica, memoria e tecnopolitica attraverso un'analisi critica del disastro del Vajont e della Chiesa Monumentale di Santa Maria Immacolata di Giovanni Michelucci a Longarone. Esplora come il controverso progetto di Michelucci, costruito sul sito di una chiesa di paese distrutta dal disastro del Vajont del 1963, risponda alla violenza fisica, ambientale e simbolica della vicina diga del Vajont, emblema della tecnosfera italiana e della modernità estrattivista. Il disastro, causato dal crollo del Monte Toc nel bacino della diga, rappresenta un fallimento catastrofico radicato nel disprezzo tecnocratico per la semiotica locale e ambientale a favore dell'astrazione tecnologica. Attingendo alle opere di Marco Armiero, Peter K. Haff e Gilles Deleuze, l'articolo analizza due regimi semio-epistemici concorrenti: uno fondato sul dominio e sulla cecità nei confronti dei segni naturali e locali; l'altro, sull'attenzione contemplativa alla presenza e all'assenza. Quest'ultimo regime, esemplificato dalla chiesa di Michelucci, rappresenta un nuovo paradigma estetico per la memoria post-catastrofe attraverso l'architettura. Di conseguenza, l'articolo propone un'alternativa radicale all'estetica del controllo epistemico, reimmaginando la comunità come un'apertura condivisa alla perdita piuttosto che come un monumento che ricrea un passato fisso.
Milano University Press
Title: Estetica del controllo e dell'assenza nel disastro del Vajont e nella Chiesa Monumentale di Santa Maria Immacolata di Giovanni Michelucci
Description:
Questo articolo esamina l'intersezione tra estetica, memoria e tecnopolitica attraverso un'analisi critica del disastro del Vajont e della Chiesa Monumentale di Santa Maria Immacolata di Giovanni Michelucci a Longarone.
Esplora come il controverso progetto di Michelucci, costruito sul sito di una chiesa di paese distrutta dal disastro del Vajont del 1963, risponda alla violenza fisica, ambientale e simbolica della vicina diga del Vajont, emblema della tecnosfera italiana e della modernità estrattivista.
Il disastro, causato dal crollo del Monte Toc nel bacino della diga, rappresenta un fallimento catastrofico radicato nel disprezzo tecnocratico per la semiotica locale e ambientale a favore dell'astrazione tecnologica.
Attingendo alle opere di Marco Armiero, Peter K.
Haff e Gilles Deleuze, l'articolo analizza due regimi semio-epistemici concorrenti: uno fondato sul dominio e sulla cecità nei confronti dei segni naturali e locali; l'altro, sull'attenzione contemplativa alla presenza e all'assenza.
Quest'ultimo regime, esemplificato dalla chiesa di Michelucci, rappresenta un nuovo paradigma estetico per la memoria post-catastrofe attraverso l'architettura.
Di conseguenza, l'articolo propone un'alternativa radicale all'estetica del controllo epistemico, reimmaginando la comunità come un'apertura condivisa alla perdita piuttosto che come un monumento che ricrea un passato fisso.

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