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Aspetti giuridici relativi al risarcimento dei danni causati da fauna selvatica
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Nell’ordinamento vigente, alla luce della ricerca condotta, si può affermare che le ragioni della tutela del paesaggio e, in esso, della fauna selvatica e quelle della promozione dell’impresa agricola, ovvero di interessi privati altrettanto meritevoli di salvaguardia, entrambe presenti nel dettato costituzionale (artt. 9 e 41 Cost.), assurgano a beni giuridici di pari rango. Sulla scorta della disciplina positiva esaminata, valorizzando il contemperamento dei contrapposti interessi che sembra esser stato suggerito dal Legislatore, è possibile tracciare le seguenti conclusioni e prospettive de iure condendo: i danni cagionati dalla fauna selvatica all’agricoltura, lato sensu intesa, e alle attività di impresa agricola potranno essere “risarcite” sulla base delle disposizioni delle Leggi speciali (Legge quadro sulle Aree protette, L. 6 dicembre 1991 n. 394, e Legge sulla Caccia, L. 11 febbraio 1992 n. 157), secondo il paradigma della responsabilità patrimoniale ex lege e no fault, nella misura in cui il ristoro accordato dalla P.A. sia prossimo al reale nocumento patito, scomputando, al massimo, dagli effettivi danno emergente e lucro cessante unicamente i vantaggi che discendono da una celere definizione del contenzioso attraverso l’adesione al meccanismo di composizione stragiudiziale, con cui si evitano i rischi, i costi e le lungaggini di un giudizio civile. Ove la misura del ristoro accordata in via stragiudiziale sia troppo lontana dal reale pregiudizio sofferto, si dovrà optare, invece, per la tutela giurisdizionale del diritto al risarcimento esercitando l’azione di responsabilità aquiliana ex art. 2043 cod. civ. e provando la colpa della P.A. Tale requisito istruttorio, del resto, alla luce delle considerazioni svolte in ordine alla colpa per omissione degli Enti, quale emerge dagli obblighi posti dal Legislatore nazionale e comunitario, non deve intendersi una probatio diabolica. La sempre più frequente minaccia di pregiudizi, di diversa entità, cagionati dalla fauna selvatica, in considerazione delle velleità reipersecutorie dei soggetti lesi, ove il contenzioso giudiziale dovesse espandersi oltremodo, suggerisce l’opportunità di stipulare specifiche polizze di assicurazione da parte della P.A. per far fronte alle richieste di ristoro. Laddove il fenomeno dei danni di cui trattasi dovesse raggiungere dimensioni macroscopiche tali da compromettere del tutto il proficuo svolgimento delle attività primarie, potrebbe addirittura valutarsi l’ipotesi di introdurre l’assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dai danni causati dalla fauna selvatica, non dissimile, nella sua ratio ispiratrice, dal meccanismo dell’assicurazione obbligatoria per la R.C. Auto o per Responsabilità Civile verso Terzi derivante dall’esercizio dell’attività venatoria (art. 12, VIII comma, della Legge n. 157 del 1992).
Title: Aspetti giuridici relativi al risarcimento dei danni causati da fauna selvatica
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Nell’ordinamento vigente, alla luce della ricerca condotta, si può affermare che le ragioni della tutela del paesaggio e, in esso, della fauna selvatica e quelle della promozione dell’impresa agricola, ovvero di interessi privati altrettanto meritevoli di salvaguardia, entrambe presenti nel dettato costituzionale (artt.
9 e 41 Cost.
), assurgano a beni giuridici di pari rango.
Sulla scorta della disciplina positiva esaminata, valorizzando il contemperamento dei contrapposti interessi che sembra esser stato suggerito dal Legislatore, è possibile tracciare le seguenti conclusioni e prospettive de iure condendo: i danni cagionati dalla fauna selvatica all’agricoltura, lato sensu intesa, e alle attività di impresa agricola potranno essere “risarcite” sulla base delle disposizioni delle Leggi speciali (Legge quadro sulle Aree protette, L.
6 dicembre 1991 n.
394, e Legge sulla Caccia, L.
11 febbraio 1992 n.
157), secondo il paradigma della responsabilità patrimoniale ex lege e no fault, nella misura in cui il ristoro accordato dalla P.
A.
sia prossimo al reale nocumento patito, scomputando, al massimo, dagli effettivi danno emergente e lucro cessante unicamente i vantaggi che discendono da una celere definizione del contenzioso attraverso l’adesione al meccanismo di composizione stragiudiziale, con cui si evitano i rischi, i costi e le lungaggini di un giudizio civile.
Ove la misura del ristoro accordata in via stragiudiziale sia troppo lontana dal reale pregiudizio sofferto, si dovrà optare, invece, per la tutela giurisdizionale del diritto al risarcimento esercitando l’azione di responsabilità aquiliana ex art.
2043 cod.
civ.
e provando la colpa della P.
A.
Tale requisito istruttorio, del resto, alla luce delle considerazioni svolte in ordine alla colpa per omissione degli Enti, quale emerge dagli obblighi posti dal Legislatore nazionale e comunitario, non deve intendersi una probatio diabolica.
La sempre più frequente minaccia di pregiudizi, di diversa entità, cagionati dalla fauna selvatica, in considerazione delle velleità reipersecutorie dei soggetti lesi, ove il contenzioso giudiziale dovesse espandersi oltremodo, suggerisce l’opportunità di stipulare specifiche polizze di assicurazione da parte della P.
A.
per far fronte alle richieste di ristoro.
Laddove il fenomeno dei danni di cui trattasi dovesse raggiungere dimensioni macroscopiche tali da compromettere del tutto il proficuo svolgimento delle attività primarie, potrebbe addirittura valutarsi l’ipotesi di introdurre l’assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dai danni causati dalla fauna selvatica, non dissimile, nella sua ratio ispiratrice, dal meccanismo dell’assicurazione obbligatoria per la R.
C.
Auto o per Responsabilità Civile verso Terzi derivante dall’esercizio dell’attività venatoria (art.
12, VIII comma, della Legge n.
157 del 1992).
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