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Oralità e scrittura nella musica vocale di Giacinto Scelsi

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Nel catalogo delle opere del compositore italiano Giacinto Scelsi (1905-1988), una nutrita sezione è destinata alla voce. Particolarmente significative sono le opere per voce femminile che vedono la luce nella prima metà degli anni Sessanta: Hô Cinque melodie per voce sola (1960), Lilitu (1962), Taiagarù Cinque invocazioni per voce sola (1962), Khoom Sette pezzi per voce, corno in fa, percussioni e quartetto d’archi (1962). In questo periodo Scelsi si avvicina alla vocalità per sondarne le infinite peculiarità e potenzialità; sono gli anni in cui inizia a lavorare ai Canti del Capricorno (1962-72), venti canti per voce femminile e strumenti (sassofono, contrabbasso, percussioni). La creazione di questo ciclo accompagna il compositore per quasi un decennio, in un viaggio sonoro intrapreso insieme con la cantante giapponese Michiko Hirayama, arrivata all’inizio degli anni Cinquanta a Roma per stabilirvisi definitivamente. La duttile vocalità della Hirayama ben si piega agli intenti espressivi di Scelsi, che attinge e trae ispirazione dalla inconsueta preparazione della cantante (di formazione occidentale ma con un ricco repertorio di canti tradizionali giapponesi) per realizzare le infinite sfumature nell’emissione della voce, nella dinamica, nelle arditezze timbriche, nei virtuosismo ritmici, nell’ampia estensione, nell’uso della microtonalità. L’esplorazione dell’universo vocale si salda con il peculiare processo compositivo che Scelsi in questi anni ha ormai consolidato: lunghe improvvisazioni all’ondiola registrate su nastro, affidate a collaboratori/copisti/trascrittori; sulla prima stesura realizzata – per stratificazioni successive – avviene un accurato lavoro di revisione da parte di Scelsi, spesso in collaborazione con gli interpreti che partecipano e collaborano alla definizione della versione ultima della pagina scritta.Il peculiare processo compositivo scelsiano e la stretta collaborazione con l’interprete giapponese, per i Canti del Capricorno in particolare, lasciano emergere alcune evidenze: il rapporto fra oralità e scrittura; il superamento dei confini tra composizione e improvvisazione; l’improvvisazione come progetto compositivo che nasce attraverso l’esecuzione; l’interrelazione fra corporeità e interpretazione; il rapporto fra tecnica e prassi esecutiva. Nell’intervento si intende affrontare le tematiche più sopra evidenziate, anche alla luce della descrizione e dell’analisi dei documenti, in gran parte ancora inesplorati, conservati presso l’Archivio della Fondazione Isabella Scelsi (Roma). Tale indagine è finalizzata allo studio dei Canti del Capricorno – opera-monumento di Scelsi e di tutto il repertorio vocale del XX secolo – per la definizione delle diverse fasi di lavoro necessarie alla preparazione di un’edizione di riferimento ad oggi non ancora disponibile.
Title: Oralità e scrittura nella musica vocale di Giacinto Scelsi
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Nel catalogo delle opere del compositore italiano Giacinto Scelsi (1905-1988), una nutrita sezione è destinata alla voce.
Particolarmente significative sono le opere per voce femminile che vedono la luce nella prima metà degli anni Sessanta: Hô Cinque melodie per voce sola (1960), Lilitu (1962), Taiagarù Cinque invocazioni per voce sola (1962), Khoom Sette pezzi per voce, corno in fa, percussioni e quartetto d’archi (1962).
In questo periodo Scelsi si avvicina alla vocalità per sondarne le infinite peculiarità e potenzialità; sono gli anni in cui inizia a lavorare ai Canti del Capricorno (1962-72), venti canti per voce femminile e strumenti (sassofono, contrabbasso, percussioni).
La creazione di questo ciclo accompagna il compositore per quasi un decennio, in un viaggio sonoro intrapreso insieme con la cantante giapponese Michiko Hirayama, arrivata all’inizio degli anni Cinquanta a Roma per stabilirvisi definitivamente.
La duttile vocalità della Hirayama ben si piega agli intenti espressivi di Scelsi, che attinge e trae ispirazione dalla inconsueta preparazione della cantante (di formazione occidentale ma con un ricco repertorio di canti tradizionali giapponesi) per realizzare le infinite sfumature nell’emissione della voce, nella dinamica, nelle arditezze timbriche, nei virtuosismo ritmici, nell’ampia estensione, nell’uso della microtonalità.
L’esplorazione dell’universo vocale si salda con il peculiare processo compositivo che Scelsi in questi anni ha ormai consolidato: lunghe improvvisazioni all’ondiola registrate su nastro, affidate a collaboratori/copisti/trascrittori; sulla prima stesura realizzata – per stratificazioni successive – avviene un accurato lavoro di revisione da parte di Scelsi, spesso in collaborazione con gli interpreti che partecipano e collaborano alla definizione della versione ultima della pagina scritta.
Il peculiare processo compositivo scelsiano e la stretta collaborazione con l’interprete giapponese, per i Canti del Capricorno in particolare, lasciano emergere alcune evidenze: il rapporto fra oralità e scrittura; il superamento dei confini tra composizione e improvvisazione; l’improvvisazione come progetto compositivo che nasce attraverso l’esecuzione; l’interrelazione fra corporeità e interpretazione; il rapporto fra tecnica e prassi esecutiva.
Nell’intervento si intende affrontare le tematiche più sopra evidenziate, anche alla luce della descrizione e dell’analisi dei documenti, in gran parte ancora inesplorati, conservati presso l’Archivio della Fondazione Isabella Scelsi (Roma).
Tale indagine è finalizzata allo studio dei Canti del Capricorno – opera-monumento di Scelsi e di tutto il repertorio vocale del XX secolo – per la definizione delle diverse fasi di lavoro necessarie alla preparazione di un’edizione di riferimento ad oggi non ancora disponibile.

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