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Amelia fu Marion: «I me you the others». Appunti per il recupero degli scritti inglesi di Amelia Rosselli
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In questo mio intervento vorrei proporre quelli che mi piace definire alcuni «appunti sparsi e persi» su Amelia Rosselli, mutuando un’espressione della stessa autrice: si tratta di un invito a un’ipotesi di rilettura nel nome della madre, andando oltre un pattern interpretativo ormai classico e forse limitante. Convinta che il confronto con la lingua della madre, un inglese non sussunto con il latte materno ma ‘succhiato’ dai libri, sia un buon punto d’avvio per capire l’Amelia fu Marion piuttosto che l’Amelia fu Carlo, cerco qui di ripensarla attraverso i suoi scritti inglesi, compresi quelli a oggi ancora inediti conservati presso il Fondo Rosselli del Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia. L’inglese è per lei territorio femminile/materno come apertura a spazi del ‘sentimento’, ma è anche una lingua intellettuale, una lingua che è acquisita e che le è più familiare nelle modulazioni di padri o madri elettive, come Donne, Shakespeare, Joyce, Thomas, Cummings, Woolf, Dickinson, Plath e tanti altri, che nel suono vocale della sua «empty mother»: propongo qui un percorso che recupera entrambi questi aspetti in alcuni testi inglesi presi a campione, rintracciando trame psicoanalitiche (con il rinvio a Jung) e altre epifanie poetiche (Virginia Woolf e Dylan Thomas), lasciando una chiusa volutamente aperta che invita a rileggere Amelia Rosselli.
Title: Amelia fu Marion: «I me you the others». Appunti per il recupero degli scritti inglesi di Amelia Rosselli
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In questo mio intervento vorrei proporre quelli che mi piace definire alcuni «appunti sparsi e persi» su Amelia Rosselli, mutuando un’espressione della stessa autrice: si tratta di un invito a un’ipotesi di rilettura nel nome della madre, andando oltre un pattern interpretativo ormai classico e forse limitante.
Convinta che il confronto con la lingua della madre, un inglese non sussunto con il latte materno ma ‘succhiato’ dai libri, sia un buon punto d’avvio per capire l’Amelia fu Marion piuttosto che l’Amelia fu Carlo, cerco qui di ripensarla attraverso i suoi scritti inglesi, compresi quelli a oggi ancora inediti conservati presso il Fondo Rosselli del Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia.
L’inglese è per lei territorio femminile/materno come apertura a spazi del ‘sentimento’, ma è anche una lingua intellettuale, una lingua che è acquisita e che le è più familiare nelle modulazioni di padri o madri elettive, come Donne, Shakespeare, Joyce, Thomas, Cummings, Woolf, Dickinson, Plath e tanti altri, che nel suono vocale della sua «empty mother»: propongo qui un percorso che recupera entrambi questi aspetti in alcuni testi inglesi presi a campione, rintracciando trame psicoanalitiche (con il rinvio a Jung) e altre epifanie poetiche (Virginia Woolf e Dylan Thomas), lasciando una chiusa volutamente aperta che invita a rileggere Amelia Rosselli.
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