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Dopo Artemisia: scrittrici e artiste nel secondo Novecento italiano
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L’articolo affronta l’eredità di Artemisia (1947), capolavoro di Anna Banti, nel panorama del romanzo dell’artista del secondo Novecento italiano, tenendo in considerazione in particolar modo le opere delle scrittrici. Il romanzo di Banti determina una discontinuità nella tradizione del Künstlerroman italiano, non solo per il valore intrinseco dell’opera, ma perché per la prima volta romanzizza la vicenda di una donna, e per di più realmente esistita, coniugando così il romanzo dell’artista con la biofiction. Non sono molte nel periodo considerato le opere di autrici che affrontano il tema della creatività artistica dando uno specifico rilievo alla dimensione di genere; in maniera significativa, alcune di queste autrici ricorrono per farlo alla misura breve della narrazione. In questo contributo si analizzano nello specifico Pamela, o la bella estate di Fausta Cialente, Autoritratto involontario di Gianna Manzini e Ridere con Manet di Marisa Volpi. In questi racconti l’artista svolge ruoli diversi, non sempre è protagonista, non sempre è una donna e non sempre è realmente esistita. In tutti e tre i casi, tuttavia, la sua rappresentazione offre l’occasione per definire il set per un riconoscimento esistenziale o poetico (da parte dell’autrice stessa o della sua controfigura finzionale), confermando la vocazione metaletteraria di questo genere. Questi racconti, inoltre, come già Artemisia, mostrano la difficoltà per questa generazione di scrittrici di radicare la rappresentazione della creatività femminile all’interno di una coscienza civile e politica esplicita, benché queste rappresentazioni contribuiscano a definire il terreno di coltura latamente progressista e femminista su cui nasceranno le rappresentazioni della artista del nuovo millennio (Mazzucco, Scego).
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The article examines the legacy of Artemisia (1947), Anna Banti’s masterpiece, in the context of the Italian Künstlerroman of the second half of the twentieth century, paying particular attention to women’s works. Banti’s text establishes a discontinuity in the tradition of the Italian artist’s novel, not only because of its intrinsic value, but also because it fictionalizes for the first time the story of a woman—a woman who really existed and who, as a result, makes it possible to combine the artist’s novel with biofiction. In the period under consideration, there are not many texts by women’s writers that address the theme of artistic creativity through a gender lens; significantly, some of the writers who take on this approach use short narrative forms. This article focuses specifically on Pamela, o la bella estate by Fausta Cialente, Autoritratto involontario by Gianna Manzini, and Ridere con Manet by Marisa Volpi. In these texts, the artist plays different roles, is not always the protagonist, is not always a woman, and did not always exist. In all three cases, however, the portrait of the artist provides an opportunity to define the set for an existential or poetic recognition (either by the author herself or by her fictional counterpart), confirming the metaliterary vocation of this genre. Moreover, like Artemisia, these stories show the difficulty of this generation in rooting the representation of women’s creativity within an explicitly civic and political consciousness, even as they contribute to defining the progressive and feminist ground on which later representations of the artist are based (Mazzucco, Scego).
Title: Dopo Artemisia: scrittrici e artiste nel secondo Novecento italiano
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L’articolo affronta l’eredità di Artemisia (1947), capolavoro di Anna Banti, nel panorama del romanzo dell’artista del secondo Novecento italiano, tenendo in considerazione in particolar modo le opere delle scrittrici.
Il romanzo di Banti determina una discontinuità nella tradizione del Künstlerroman italiano, non solo per il valore intrinseco dell’opera, ma perché per la prima volta romanzizza la vicenda di una donna, e per di più realmente esistita, coniugando così il romanzo dell’artista con la biofiction.
Non sono molte nel periodo considerato le opere di autrici che affrontano il tema della creatività artistica dando uno specifico rilievo alla dimensione di genere; in maniera significativa, alcune di queste autrici ricorrono per farlo alla misura breve della narrazione.
In questo contributo si analizzano nello specifico Pamela, o la bella estate di Fausta Cialente, Autoritratto involontario di Gianna Manzini e Ridere con Manet di Marisa Volpi.
In questi racconti l’artista svolge ruoli diversi, non sempre è protagonista, non sempre è una donna e non sempre è realmente esistita.
In tutti e tre i casi, tuttavia, la sua rappresentazione offre l’occasione per definire il set per un riconoscimento esistenziale o poetico (da parte dell’autrice stessa o della sua controfigura finzionale), confermando la vocazione metaletteraria di questo genere.
Questi racconti, inoltre, come già Artemisia, mostrano la difficoltà per questa generazione di scrittrici di radicare la rappresentazione della creatività femminile all’interno di una coscienza civile e politica esplicita, benché queste rappresentazioni contribuiscano a definire il terreno di coltura latamente progressista e femminista su cui nasceranno le rappresentazioni della artista del nuovo millennio (Mazzucco, Scego).
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The article examines the legacy of Artemisia (1947), Anna Banti’s masterpiece, in the context of the Italian Künstlerroman of the second half of the twentieth century, paying particular attention to women’s works.
Banti’s text establishes a discontinuity in the tradition of the Italian artist’s novel, not only because of its intrinsic value, but also because it fictionalizes for the first time the story of a woman—a woman who really existed and who, as a result, makes it possible to combine the artist’s novel with biofiction.
In the period under consideration, there are not many texts by women’s writers that address the theme of artistic creativity through a gender lens; significantly, some of the writers who take on this approach use short narrative forms.
This article focuses specifically on Pamela, o la bella estate by Fausta Cialente, Autoritratto involontario by Gianna Manzini, and Ridere con Manet by Marisa Volpi.
In these texts, the artist plays different roles, is not always the protagonist, is not always a woman, and did not always exist.
In all three cases, however, the portrait of the artist provides an opportunity to define the set for an existential or poetic recognition (either by the author herself or by her fictional counterpart), confirming the metaliterary vocation of this genre.
Moreover, like Artemisia, these stories show the difficulty of this generation in rooting the representation of women’s creativity within an explicitly civic and political consciousness, even as they contribute to defining the progressive and feminist ground on which later representations of the artist are based (Mazzucco, Scego).
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