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Position paper ANMCO: Evidenze e indicazioni pratiche per l’impiego di rivaroxaban a bassa dose nella malattia coronarica stabile e nell’arteriopatia periferica
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Nei pazienti con malattia aterosclerotica gli eventi aterotrombotici sono la principale causa di morbilità e mortalità. Studi preclinici e clinici suggeriscono il coinvolgimento della cascata coagulativa nel processo aterosclerotico e il possibile beneficio dell’utilizzo di agenti antitrombotici, come gli anticoagulanti orali diretti, che interferiscono sia sull’aggregazione piastrinica che sulla cascata coagulativa. Lo studio COMPASS ha dimostrato che, in pazienti con malattia coronarica (CAD) stabile o arteriopatia periferica (PAD), rivaroxaban a basso dosaggio (2.5 mg bid) associato all’acido acetilsalicilico (ASA) riduce gli eventi vascolari maggiori e la mortalità, con un incremento nell’incidenza di sanguinamenti maggiori ma non dei sanguinamenti fatali o in organi critici. La riduzione degli eventi avversi maggiori cardiovascolari è stata confermata in tutta la popolazione con CAD e sia nei pazienti precedentemente sottoposti ad angioplastica coronarica che in quelli non trattati con angioplastica coronarica, così come nei pazienti con pregresso bypass aortocoronarico. Nei pazienti con PAD, l’associazione rivaroxaban a basso dosaggio con ASA riduce sia gli eventi avversi cardiovascolari maggiori che gli eventi avversi maggiori degli arti inferiori, incluse le amputazioni maggiori. Nella pratica clinica, l’uso di rivaroxaban 2.5 mg è stato approvato sia nei pazienti con CAD che nei pazienti con PAD sintomatica ed alto rischio di eventi ischemici, ma la rimborsabilità da parte del Sistema Sanitario Nazionale è prevista solo per i pazienti con PAD. Nei pazienti trattati con rivaroxaban 2.5 mg, la valutazione ed il monitoraggio del rischio emorragico è fondamentale per trarre il massimo beneficio clinico.
Il Pensiero Scientifico Editore
Stefania Angela Di Fusco
Vittoria Rizzello
Pietro Scicchitano
Fabiana Lucà
Vito Altamura
Matteo Bianco
Leonardo De Luca
Serafina Valente
Carmine Riccio
Pasquale Caldarola
Manlio Cipriani
Giuseppina Maura Francese
Alessandro Navazio
Federico Nardi
Roberto Ceravolo
Michele Massimo Gulizia
Domenico Gabrielli
Fabrizio Oliva
Furio Colivicchi
Title: Position paper ANMCO: Evidenze e indicazioni pratiche per l’impiego di rivaroxaban a bassa dose nella malattia coronarica stabile e nell’arteriopatia periferica
Description:
Nei pazienti con malattia aterosclerotica gli eventi aterotrombotici sono la principale causa di morbilità e mortalità.
Studi preclinici e clinici suggeriscono il coinvolgimento della cascata coagulativa nel processo aterosclerotico e il possibile beneficio dell’utilizzo di agenti antitrombotici, come gli anticoagulanti orali diretti, che interferiscono sia sull’aggregazione piastrinica che sulla cascata coagulativa.
Lo studio COMPASS ha dimostrato che, in pazienti con malattia coronarica (CAD) stabile o arteriopatia periferica (PAD), rivaroxaban a basso dosaggio (2.
5 mg bid) associato all’acido acetilsalicilico (ASA) riduce gli eventi vascolari maggiori e la mortalità, con un incremento nell’incidenza di sanguinamenti maggiori ma non dei sanguinamenti fatali o in organi critici.
La riduzione degli eventi avversi maggiori cardiovascolari è stata confermata in tutta la popolazione con CAD e sia nei pazienti precedentemente sottoposti ad angioplastica coronarica che in quelli non trattati con angioplastica coronarica, così come nei pazienti con pregresso bypass aortocoronarico.
Nei pazienti con PAD, l’associazione rivaroxaban a basso dosaggio con ASA riduce sia gli eventi avversi cardiovascolari maggiori che gli eventi avversi maggiori degli arti inferiori, incluse le amputazioni maggiori.
Nella pratica clinica, l’uso di rivaroxaban 2.
5 mg è stato approvato sia nei pazienti con CAD che nei pazienti con PAD sintomatica ed alto rischio di eventi ischemici, ma la rimborsabilità da parte del Sistema Sanitario Nazionale è prevista solo per i pazienti con PAD.
Nei pazienti trattati con rivaroxaban 2.
5 mg, la valutazione ed il monitoraggio del rischio emorragico è fondamentale per trarre il massimo beneficio clinico.
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