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Lina Bo Bardi. L’invenzione della felicità/ Lina Bo Bardi. The creation of happiness
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«Lo scrivere non mi interessa», dice con sobria franchezza Lina Bo Bardi a Francesco Tentori, «so perfettamente di saper scrivere bene. I miei maestri sono Stendhal e Majakowskij. Il primo mi ha insegnato la concisione, quando annotò di aver imparato a scrivere dai direttori del catasto edilizio francese e dagli estensori degli articoli del Codice Civile. Il secondo, invece, mi ha insegnato il ritmo, la fantasia del reale». Anche il disegno, nella Bo Bardi, sembra vivere di una analoga doppia anima, fino a una multiformità di valenze straordinariamente feconde. Non solo, o non tanto, disegni di architettura, disegni tecnici funzionali al progetto, all’esecutivo, al cantiere. Ma neppure disegni semplicemente ideativi, schizzi di studio, disegni di ricerca teorica o d’espressione. E neppure, ancora, disegni di viaggio, di impressione, di fantasia. I suoi disegni, dal tratto a volte un po’ naïf, altre volte precisi e costruttivi, variati in tante tecniche, dallo schizzo, all’acquerello, al disegno a china, al collage, e spazianti su temi e scale estremamente variegati, semplici oggetti d’uso, mobili, gioielli, vestiti, singole abitazioni popolari, edifici e complessi edilizi, allestimenti espositivi, scenografie teatrali, nel loro insieme sembrano tutti segnati da un apparente, dichiarato ossimoro: «la fantasia del reale». Una visione sempre tenacemente aderente alla realtà, una realtà che per Lina, da quando approda nel 1946 a Rio de Janeiro, città principe dello spirito brasiliano, è intrisa di speranza e di vitalità, a cui Lina risponde con una creatività spontanea e impetuosa, – «furiosa» la definisce Semerani–, inseparabile dalla esperienza del corpo e dalla fisicità del reale, esercitata nel plasmare progetti rigorosi e subito nel contaminarli con una festosa e ironica invenzione della felicità. «Todos juntos», vuole Lina i destinatari del suo Sesc Pompeia, «giovani, bambini, terza età, tutti uniti nel piacere di ritrovarsi insieme, nel danzare, cantare». C’è nei disegni della Bo Bardi, e a ben vedere in tutta la sua opera e personalità, una conflittualità, o meglio una fruttuosa compresenza, tra una propensione razionale da un lato, che ben si sposa con la sua formazione eurocentrica, e una vena surrealista dall’altro, che si fonde con l’adesione istintiva alla cultura popolare, ai miti, ai riti ancestrali della tradizione locale: quell’«incanto», come dirà, provato immediatamente al suo arrivo a Rio, «una speranza reale quasi quotidiana, non metafisica, nella semplicità delle soluzioni architettoniche, nei ciao umani, cose sconosciute per una generazione che arrivava da molto lontano». Se il disegno può considerarsi una specie di autobiografia dell’architetto, il saggio si propone di analizzare da vicino i multiformi disegni di Lina Bo Bardi, le loro tecniche tanto quanto i contenuti e i modi di rappresentazione, affrontati come testo indiziario della sua straordinaria personalità.
Title: Lina Bo Bardi. L’invenzione della felicità/ Lina Bo Bardi. The creation of happiness
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«Lo scrivere non mi interessa», dice con sobria franchezza Lina Bo Bardi a Francesco Tentori, «so perfettamente di saper scrivere bene.
I miei maestri sono Stendhal e Majakowskij.
Il primo mi ha insegnato la concisione, quando annotò di aver imparato a scrivere dai direttori del catasto edilizio francese e dagli estensori degli articoli del Codice Civile.
Il secondo, invece, mi ha insegnato il ritmo, la fantasia del reale».
Anche il disegno, nella Bo Bardi, sembra vivere di una analoga doppia anima, fino a una multiformità di valenze straordinariamente feconde.
Non solo, o non tanto, disegni di architettura, disegni tecnici funzionali al progetto, all’esecutivo, al cantiere.
Ma neppure disegni semplicemente ideativi, schizzi di studio, disegni di ricerca teorica o d’espressione.
E neppure, ancora, disegni di viaggio, di impressione, di fantasia.
I suoi disegni, dal tratto a volte un po’ naïf, altre volte precisi e costruttivi, variati in tante tecniche, dallo schizzo, all’acquerello, al disegno a china, al collage, e spazianti su temi e scale estremamente variegati, semplici oggetti d’uso, mobili, gioielli, vestiti, singole abitazioni popolari, edifici e complessi edilizi, allestimenti espositivi, scenografie teatrali, nel loro insieme sembrano tutti segnati da un apparente, dichiarato ossimoro: «la fantasia del reale».
Una visione sempre tenacemente aderente alla realtà, una realtà che per Lina, da quando approda nel 1946 a Rio de Janeiro, città principe dello spirito brasiliano, è intrisa di speranza e di vitalità, a cui Lina risponde con una creatività spontanea e impetuosa, – «furiosa» la definisce Semerani–, inseparabile dalla esperienza del corpo e dalla fisicità del reale, esercitata nel plasmare progetti rigorosi e subito nel contaminarli con una festosa e ironica invenzione della felicità.
«Todos juntos», vuole Lina i destinatari del suo Sesc Pompeia, «giovani, bambini, terza età, tutti uniti nel piacere di ritrovarsi insieme, nel danzare, cantare».
C’è nei disegni della Bo Bardi, e a ben vedere in tutta la sua opera e personalità, una conflittualità, o meglio una fruttuosa compresenza, tra una propensione razionale da un lato, che ben si sposa con la sua formazione eurocentrica, e una vena surrealista dall’altro, che si fonde con l’adesione istintiva alla cultura popolare, ai miti, ai riti ancestrali della tradizione locale: quell’«incanto», come dirà, provato immediatamente al suo arrivo a Rio, «una speranza reale quasi quotidiana, non metafisica, nella semplicità delle soluzioni architettoniche, nei ciao umani, cose sconosciute per una generazione che arrivava da molto lontano».
Se il disegno può considerarsi una specie di autobiografia dell’architetto, il saggio si propone di analizzare da vicino i multiformi disegni di Lina Bo Bardi, le loro tecniche tanto quanto i contenuti e i modi di rappresentazione, affrontati come testo indiziario della sua straordinaria personalità.
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