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THE ITALIAN PERSPECTIVE AND CONTRIBUTION TO ISLAMIC STUDIES. FROM ‘ORIENTAL STUDIES’ TO ‘ISLAMIC STUDIES’

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Questo articolo intende soffermarsi sul contributo della ricerca Italiana alla conoscenza del mondo Islamico, sottolineandone il percorso e l’evoluzione fino ai giorni d’oggi nei contenuti, obiettivi e metodologia. Il percorso italiano affonda le radici in una tradizione che risale al secolo XVI. Qui ci si riporta alla fine del secolo XIX, quando gli studi sull’Islam erano parte di una generica disciplina di Studi Orientali e Linguistica. Più che su nomi e bibliografie (sarebbero troppi e troppe – per cui si rinvia all’Enciclopedia Italiana Treccani), ci si sofferma sulle ‘tappe’ più significative, partendo dalla configurazione istituzionale di Studi sull’Islam e Islamistica come discipline autonome: Michele Amari e la Società Geografica Italiana, e quindi Leone Caetani e Gli Annali dell’Islam, questi ultimi “fucina” a cui si formarono i grandi Islamisti del secolo XX: M. Guidi, C. A. Nallino, G. Levi Della Vida, F. Gabrieli. All’accademia e a nuovi campi di ricerca (Turcologia, Iranistica, Arabistica et alia) si affiancarono tre grandi Istituzioni – appoggiate dal Ministero degli Affari Esteri: l’Istituto per l’Oriente (poi IsPO), l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente e l’Istituto Italiano per l’Africa (tuttora attivi). La II Guerra Mondiale segnò una cesura importante anche in Italia, portando gli Studi sul mondo arabo e islamico all’utilizzo di nuove discipline. Determinante furono l’influenza della scuola francese degli Annales e l’ingresso delle ‘scienze sociali’ nei nuovi percorsi metodologici. Gli studi sull’Islam non ne furono immuni, ma presero le distanze dalla politologia e dal fascino mediatico di ‘analisi’ e ‘scenari’, per attenersi rigorosamente alla conoscenza linguistica come strumento indispensabile di studio e valutazione anche storica di realtà politiche, sociali e culturali attuali, in regioni su cui si erano incontrate, talvolta scontrate, e sovrapposte civiltà e tradizioni fra loro molto diverse. La multidisciplinarità e il ‘field-work’ furono in Italia lo strumento di questa svolta. Nei primi anni del Terzo Millennio si sono venute affiancando ‘scienze’ e nuove ‘tecnologie’ di ricerca (archeometria, fisica, il drone et alia) che, appoggiando fonti testuali e fonti non testuali, consentono la ‘conferma’ di quelle che erano rimaste a lungo ipotesi di lavoro.
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Title: THE ITALIAN PERSPECTIVE AND CONTRIBUTION TO ISLAMIC STUDIES. FROM ‘ORIENTAL STUDIES’ TO ‘ISLAMIC STUDIES’
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Questo articolo intende soffermarsi sul contributo della ricerca Italiana alla conoscenza del mondo Islamico, sottolineandone il percorso e l’evoluzione fino ai giorni d’oggi nei contenuti, obiettivi e metodologia.
Il percorso italiano affonda le radici in una tradizione che risale al secolo XVI.
Qui ci si riporta alla fine del secolo XIX, quando gli studi sull’Islam erano parte di una generica disciplina di Studi Orientali e Linguistica.
Più che su nomi e bibliografie (sarebbero troppi e troppe – per cui si rinvia all’Enciclopedia Italiana Treccani), ci si sofferma sulle ‘tappe’ più significative, partendo dalla configurazione istituzionale di Studi sull’Islam e Islamistica come discipline autonome: Michele Amari e la Società Geografica Italiana, e quindi Leone Caetani e Gli Annali dell’Islam, questi ultimi “fucina” a cui si formarono i grandi Islamisti del secolo XX: M.
Guidi, C.
A.
Nallino, G.
Levi Della Vida, F.
Gabrieli.
All’accademia e a nuovi campi di ricerca (Turcologia, Iranistica, Arabistica et alia) si affiancarono tre grandi Istituzioni – appoggiate dal Ministero degli Affari Esteri: l’Istituto per l’Oriente (poi IsPO), l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente e l’Istituto Italiano per l’Africa (tuttora attivi).
La II Guerra Mondiale segnò una cesura importante anche in Italia, portando gli Studi sul mondo arabo e islamico all’utilizzo di nuove discipline.
Determinante furono l’influenza della scuola francese degli Annales e l’ingresso delle ‘scienze sociali’ nei nuovi percorsi metodologici.
Gli studi sull’Islam non ne furono immuni, ma presero le distanze dalla politologia e dal fascino mediatico di ‘analisi’ e ‘scenari’, per attenersi rigorosamente alla conoscenza linguistica come strumento indispensabile di studio e valutazione anche storica di realtà politiche, sociali e culturali attuali, in regioni su cui si erano incontrate, talvolta scontrate, e sovrapposte civiltà e tradizioni fra loro molto diverse.
La multidisciplinarità e il ‘field-work’ furono in Italia lo strumento di questa svolta.
Nei primi anni del Terzo Millennio si sono venute affiancando ‘scienze’ e nuove ‘tecnologie’ di ricerca (archeometria, fisica, il drone et alia) che, appoggiando fonti testuali e fonti non testuali, consentono la ‘conferma’ di quelle che erano rimaste a lungo ipotesi di lavoro.

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