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Parafrenia: attualità del pensiero di Emil Kraepelin

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La parafrenia è un disturbo psicotico cronico che presenta caratteristiche cliniche simili alla schizofrenia paranoide, in assenza di alterazioni significative a carico della personalità, dell’affettività e della volontà. Essa fu descritta per la prima volta da Kraepelin nel 1913 come quel gruppo incerto di psicosi paranoidi che manifestavano i sintomi deliranti propri della dementia praecox, in presenza di minime disfunzioni emotive e volitive. Dopo la pubblicazione dello studio di Mayer-Gross (1921) sull’esito a lungo termine (10 anni) dei soggetti parafrenici di Kraepelin, è stato ritenuto infondato differenziare la parafrenia dalla schizofrenia, e la malattia parafrenica è stata esclusa dai sistemi attuali di classificazione dei disturbi mentali (DSM-IV-TR, ICD-10), divenendo una diagnosi relativamente infrequente. Tuttavia, ancor oggi, alcuni autori ritengono che il concetto kraepeliniano di parafrenia non abbia perduto la sua utilità clinica. Sembra, infatti, tuttora diffusa negli psichiatri la capacità di riconoscere la malattia, benché solitamente si tenda a classificarla come “psicosi atipica”, “disturbo schizoaffettivo” o “disturbo psicotico non altrimenti specificato” (NAS) per la mancanza di una categoria nosografica più valida e attendibile. Negli ultimi 70 anni, sono stati condotti pochissimi studi sistematici sulla parafrenia, se si escludono quelli sulla “parafrenia tardiva”, il cui legame con la parafrenia tradizionale appare essere ancora oggi incerto. In questo articolo, gli autori si propongono di riportare all’attenzione del lettore la modernità del pensiero di Kraepelin e l’importanza nosografica del suo concetto di “parafrenia”, auspicandone il ritorno a un canone diagnostico.
Title: Parafrenia: attualità del pensiero di Emil Kraepelin
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La parafrenia è un disturbo psicotico cronico che presenta caratteristiche cliniche simili alla schizofrenia paranoide, in assenza di alterazioni significative a carico della personalità, dell’affettività e della volontà.
Essa fu descritta per la prima volta da Kraepelin nel 1913 come quel gruppo incerto di psicosi paranoidi che manifestavano i sintomi deliranti propri della dementia praecox, in presenza di minime disfunzioni emotive e volitive.
Dopo la pubblicazione dello studio di Mayer-Gross (1921) sull’esito a lungo termine (10 anni) dei soggetti parafrenici di Kraepelin, è stato ritenuto infondato differenziare la parafrenia dalla schizofrenia, e la malattia parafrenica è stata esclusa dai sistemi attuali di classificazione dei disturbi mentali (DSM-IV-TR, ICD-10), divenendo una diagnosi relativamente infrequente.
Tuttavia, ancor oggi, alcuni autori ritengono che il concetto kraepeliniano di parafrenia non abbia perduto la sua utilità clinica.
Sembra, infatti, tuttora diffusa negli psichiatri la capacità di riconoscere la malattia, benché solitamente si tenda a classificarla come “psicosi atipica”, “disturbo schizoaffettivo” o “disturbo psicotico non altrimenti specificato” (NAS) per la mancanza di una categoria nosografica più valida e attendibile.
Negli ultimi 70 anni, sono stati condotti pochissimi studi sistematici sulla parafrenia, se si escludono quelli sulla “parafrenia tardiva”, il cui legame con la parafrenia tradizionale appare essere ancora oggi incerto.
In questo articolo, gli autori si propongono di riportare all’attenzione del lettore la modernità del pensiero di Kraepelin e l’importanza nosografica del suo concetto di “parafrenia”, auspicandone il ritorno a un canone diagnostico.

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