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Quando il museo cresce. Note su due progetti di ampliamento di Christ & Gantenbein
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Nel 2016, lo studio svizzero Christ & Gantenbein completa due progetti di ampliamento museale: il nuovo edificio per il Museo d’Arte di Basilea e la nuova ala del Museo Nazionale di Zurigo, entrambi a seguito di concorsi tenutisi, rispettivamente, nel 2010 e 2012. I due edifici, progettati dallo stesso team e nel medesimo arco temporale, differiscono notevolmente nel risultato finale: sebbene tale divaricazione possa spiegarsi in virtù di evidenti differenze contestuali, dimensionali e di programma, queste due architetture forniscono un interessante spunto per riflettere sul concetto stesso di ampliamento. Appare chiara sin da subito la necessità di superare la semplice logica incrementale, ovvero il creare spazi per ospitare nuove attività: l’ampliamento va inteso in un senso più allargato, innanzi tutto come estensione dello spettro estetico dell’arte contemporanea. L’architettura degli spazi per l’esposizione, infatti, ha vissuto negli ultimi decenni una trasformazione profonda, legata da un lato al mutato ruolo dei musei nella società contemporanea, dall’altro al progressivo affermarsi di un paradigma estetico che ha sovvertito il mondo dell’arte, sia della sua produzione che della sua fruizione. Al termine degli anni Sessanta, due testi fondanti dell’estetica analitica codificano tale trasformazione, descrivendo gli esiti di un lungo processo iniziato a principio del Novecento. Nel suo Art and its Objects del 1968, Richard Wollheim introduce la distinzione tra representational art e presentational art, identificando nel fruitore dell’opera l’unico medium legittimo per la sua comprensione. Nello stesso anno Nelson Goodman pubblica l’ormai classico Languages of Art, dove divide le pratiche artistiche in autografiche – basate sull’unicità dell’oggetto – e allografiche – legate alla loro esecuzione, come nel caso di uno spartito musicale. Goodman osserva, inoltre, come i caratteri di queste due distinte modalità di produzione artistica nel corso del Novecento siano andati sovrapponendosi in maniera crescente. Un ulteriore fondamentale ampliamento si è verificato nelle dinamiche di fruizione dell’arte, fenomeno già osservato da John Dewey nel 1934 col suo testo Art as Experience: qui l’idea convenzionale del godimento dell’opera d’arte come oggetto monadico, assoluto e isolato dall’ambiente, viene criticata per la sua incapacità di cogliere il coinvolgimento affettivo del soggetto percipiente. La tradizionale relazione con l’oggetto artistico, caratterizzata anche topologicamente, viene sostituita o integrata dall’esperienza che il fruitore ne fa, dinamica nella quale entrano in gioco le performatività dell’opera, del soggetto e dello spazio dove si attua tale incontro. L’intuizione di Dewey viene oggi peraltro suffragata dalle indagini svolte nel campo della neuroestetica di Semir Zeki e nell’estetica sperimentale di Vittorio Gallese. Entrambe queste tendenze appaiono allineate con le mutazioni nel campo dell’economia e della produzione riassunte dal concetto di experience economy. La transizione delle pratiche artistiche dalla creazione di oggetti alla “messa in scena” di eventi, come ad esempio nei Floating Piers realizzati da Christo & Jeanne-Claude nel 2016 sul lago d’Iseo, dimostra come la produzione e fruizione dell’arte trovi spazio nelle dinamiche del consumo contemporaneo. Al decrescere della rilevanza dell’oggetto nella sua irriproducibile autenticità, assume sempre più peso l’esperienza che il pubblico-consumatore può farne. I due ampliamenti museali di Christ & Gantenbein, pur nelle loro intrinseche qualità architettoniche, non possono dunque essere compresi al di fuori di questo scenario che articola questioni legate all’estetica, alla produzione artistica e alle dinamiche socioeconomiche della contemporaneità. Lo spazio architettonico – e in particolar modo quello dei musei – è sempre espressione della cultura che lo genera, e deve pertanto essere investigato in seno a questa complessità. Il saggio qui proposto intende dunque porsi tale obiettivo.
Title: Quando il museo cresce. Note su due progetti di ampliamento di Christ & Gantenbein
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Nel 2016, lo studio svizzero Christ & Gantenbein completa due progetti di ampliamento museale: il nuovo edificio per il Museo d’Arte di Basilea e la nuova ala del Museo Nazionale di Zurigo, entrambi a seguito di concorsi tenutisi, rispettivamente, nel 2010 e 2012.
I due edifici, progettati dallo stesso team e nel medesimo arco temporale, differiscono notevolmente nel risultato finale: sebbene tale divaricazione possa spiegarsi in virtù di evidenti differenze contestuali, dimensionali e di programma, queste due architetture forniscono un interessante spunto per riflettere sul concetto stesso di ampliamento.
Appare chiara sin da subito la necessità di superare la semplice logica incrementale, ovvero il creare spazi per ospitare nuove attività: l’ampliamento va inteso in un senso più allargato, innanzi tutto come estensione dello spettro estetico dell’arte contemporanea.
L’architettura degli spazi per l’esposizione, infatti, ha vissuto negli ultimi decenni una trasformazione profonda, legata da un lato al mutato ruolo dei musei nella società contemporanea, dall’altro al progressivo affermarsi di un paradigma estetico che ha sovvertito il mondo dell’arte, sia della sua produzione che della sua fruizione.
Al termine degli anni Sessanta, due testi fondanti dell’estetica analitica codificano tale trasformazione, descrivendo gli esiti di un lungo processo iniziato a principio del Novecento.
Nel suo Art and its Objects del 1968, Richard Wollheim introduce la distinzione tra representational art e presentational art, identificando nel fruitore dell’opera l’unico medium legittimo per la sua comprensione.
Nello stesso anno Nelson Goodman pubblica l’ormai classico Languages of Art, dove divide le pratiche artistiche in autografiche – basate sull’unicità dell’oggetto – e allografiche – legate alla loro esecuzione, come nel caso di uno spartito musicale.
Goodman osserva, inoltre, come i caratteri di queste due distinte modalità di produzione artistica nel corso del Novecento siano andati sovrapponendosi in maniera crescente.
Un ulteriore fondamentale ampliamento si è verificato nelle dinamiche di fruizione dell’arte, fenomeno già osservato da John Dewey nel 1934 col suo testo Art as Experience: qui l’idea convenzionale del godimento dell’opera d’arte come oggetto monadico, assoluto e isolato dall’ambiente, viene criticata per la sua incapacità di cogliere il coinvolgimento affettivo del soggetto percipiente.
La tradizionale relazione con l’oggetto artistico, caratterizzata anche topologicamente, viene sostituita o integrata dall’esperienza che il fruitore ne fa, dinamica nella quale entrano in gioco le performatività dell’opera, del soggetto e dello spazio dove si attua tale incontro.
L’intuizione di Dewey viene oggi peraltro suffragata dalle indagini svolte nel campo della neuroestetica di Semir Zeki e nell’estetica sperimentale di Vittorio Gallese.
Entrambe queste tendenze appaiono allineate con le mutazioni nel campo dell’economia e della produzione riassunte dal concetto di experience economy.
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Al decrescere della rilevanza dell’oggetto nella sua irriproducibile autenticità, assume sempre più peso l’esperienza che il pubblico-consumatore può farne.
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