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Quale misura per l’invisibile
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La pandemia da coronavirus ci ha messo difronte ad un condizione di catastrofe radicalmente diversa da quella di un evento distruttivo capace di azzerare lo spazio e il tempo di un luogo. Siamo difronte ad un nemico invisibile quanto resistente nel tempo, che non distrugge case e città, ma stili di vita, abitudini, costumi e caratteri culturali consolidati. Tuttavia come in tutte le catastrofi emerge lo stato d’immanenza in cui s’impone un prima e un dopo anche per la casa, la città e il contesto. Per il progetto architettonico non si tratta di individuare nuovi modelli urbani fondativi su un territorio ridotto al suo grado zero, quanto d’intervenire sulla città esistente, rivedendone contemporaneamente il sistema insediativo e il senso dell’abitare. C’è bisogno di un‘‘utopia’ del reale capace di assumere le nuove categorie di sicurezza e le ‘accelerazioni innovative’ poste dalla pandemia come condizioni per il ripensamento dei luoghi individuali e collettivi. Alla dimensione più evocativa dell’abitare - la casa come scrigno dei ricordi o la casa oggetto del desiderio dove vorremmo abitare - si aggiunge, fino a prevalere sulle altre, la dimensione della casa come protezione. C’è un ritorno ‘involutivo’ che riporta all’idea di fortezza non lontana forse, vista la condizione ‘detentiva’, da quella di cella, riportando la casa a una sospensione che la rende isola e immune da interferenze, quindi sicura da contaminazioni Tutto richiama al limite fisico, alla barriera, alla separazione premoderna tra interno-esterno, come ritorno necessario all’universo dell’internità. Come negli interni di Vermeer in una ritrovata lentezza, si ricreano ‘microcosmi domestici’, tutto trascorre mentre abitiamo: tele-lavoriamo, studiamo, amiamo, curiamo il corpo, socializziamo, oziamo, riposiamo. Siamo in presenza di un’inversione ideologica epocale: la casa, dall’existenzminimum approda alla necessità di espandersi, allargarsi e riformulare modularità spaziali, superare ‘lo spazio libero’ per nuovi ‘recinti’ individuali; ha bisogno, cioè, di riproporsi come officina, lasciando la dimensione del silenzio alla città, fin’ora ‘apprezzato’ solo nelle atmosfere figurative metafisiche Dechirichiane o nelle malinconie Hopperiane. Una città che, al tempo del primato della virtualità, dovrà rivedere il concetto di ‘misura’ come allargamento o restringimento dei suoi rapporti tra luogo di lavoro e luogo dell’abitare, tra spazio pubblico e individuale, tra densità e incremento dell’ spazio all’aperto, tra estensività e reti infrastrutturali lenti, tra lo spazio pubblico come ‘luogo della folla’ e la necessità di isolarsi e distanziarsi. In questo contesto, epocale, diviene improbabile o evasivo un dibattito sulla natura contrapposta all’urbano, come un semplificativo ritorno alla dimensione rurale di un idealizzato sistema insediativo polverizzato: ricordando a proposito Le Corbusier: “Uno dei progetti di disurbanizzazione di Mosca propone capanne di paglia nella foresta. Splendida idea! Ma solo per il week-end”.
Title: Quale misura per l’invisibile
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La pandemia da coronavirus ci ha messo difronte ad un condizione di catastrofe radicalmente diversa da quella di un evento distruttivo capace di azzerare lo spazio e il tempo di un luogo.
Siamo difronte ad un nemico invisibile quanto resistente nel tempo, che non distrugge case e città, ma stili di vita, abitudini, costumi e caratteri culturali consolidati.
Tuttavia come in tutte le catastrofi emerge lo stato d’immanenza in cui s’impone un prima e un dopo anche per la casa, la città e il contesto.
Per il progetto architettonico non si tratta di individuare nuovi modelli urbani fondativi su un territorio ridotto al suo grado zero, quanto d’intervenire sulla città esistente, rivedendone contemporaneamente il sistema insediativo e il senso dell’abitare.
C’è bisogno di un‘‘utopia’ del reale capace di assumere le nuove categorie di sicurezza e le ‘accelerazioni innovative’ poste dalla pandemia come condizioni per il ripensamento dei luoghi individuali e collettivi.
Alla dimensione più evocativa dell’abitare - la casa come scrigno dei ricordi o la casa oggetto del desiderio dove vorremmo abitare - si aggiunge, fino a prevalere sulle altre, la dimensione della casa come protezione.
C’è un ritorno ‘involutivo’ che riporta all’idea di fortezza non lontana forse, vista la condizione ‘detentiva’, da quella di cella, riportando la casa a una sospensione che la rende isola e immune da interferenze, quindi sicura da contaminazioni Tutto richiama al limite fisico, alla barriera, alla separazione premoderna tra interno-esterno, come ritorno necessario all’universo dell’internità.
Come negli interni di Vermeer in una ritrovata lentezza, si ricreano ‘microcosmi domestici’, tutto trascorre mentre abitiamo: tele-lavoriamo, studiamo, amiamo, curiamo il corpo, socializziamo, oziamo, riposiamo.
Siamo in presenza di un’inversione ideologica epocale: la casa, dall’existenzminimum approda alla necessità di espandersi, allargarsi e riformulare modularità spaziali, superare ‘lo spazio libero’ per nuovi ‘recinti’ individuali; ha bisogno, cioè, di riproporsi come officina, lasciando la dimensione del silenzio alla città, fin’ora ‘apprezzato’ solo nelle atmosfere figurative metafisiche Dechirichiane o nelle malinconie Hopperiane.
Una città che, al tempo del primato della virtualità, dovrà rivedere il concetto di ‘misura’ come allargamento o restringimento dei suoi rapporti tra luogo di lavoro e luogo dell’abitare, tra spazio pubblico e individuale, tra densità e incremento dell’ spazio all’aperto, tra estensività e reti infrastrutturali lenti, tra lo spazio pubblico come ‘luogo della folla’ e la necessità di isolarsi e distanziarsi.
In questo contesto, epocale, diviene improbabile o evasivo un dibattito sulla natura contrapposta all’urbano, come un semplificativo ritorno alla dimensione rurale di un idealizzato sistema insediativo polverizzato: ricordando a proposito Le Corbusier: “Uno dei progetti di disurbanizzazione di Mosca propone capanne di paglia nella foresta.
Splendida idea! Ma solo per il week-end”.
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