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La morte dell'eroe nella tradizione giapponese
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Nella tradizione epica giapponese, come pure nei racconti basati su eventi storici e tramandati di generazione in generazione, spiccano le figure di eroi la cui apoteosi coincide con la morte – talvolta autoinflitta tramite la pratica del seppuku, il taglio rituale del ventre. Vi sono certo motivazioni legate alle principali religioni e dottrine che hanno formato la cultura nipponica, come lo shintō, il confucianesimo e il buddhismo; ma soprattutto, alla radice dell’affetto che tali figure suscitano nella coscienza collettiva in Giappone, si intrecciano un senso di commozione per la transitorietà della vita e il riconoscimento di una purezza di intenti, di un’autenticità che si rende tanto più evidente ed esplicita quanto meno è sostenuta dalla vittoria, personale o politica. La fedeltà a una causa o a un ideale si misura non dall’utile che se ne ricava, ma dalla capacità di aderirvi con la totalità del proprio essere. La figura dell’eroe guerriero, perennemente esposto al rischio della morte, diviene quindi insieme al caduco fiore di ciliegio l’emblema della capacità di accogliere la pienezza nella vita, senza avvinghiarsi ad essa spasmodicamente e senza fuggirla o tradirla, lasciandola accadere e pure passare, sfiorire, tornare alla dimensione originaria, non ancora attualizzata.
Milano University Press
Title: La morte dell'eroe nella tradizione giapponese
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Nella tradizione epica giapponese, come pure nei racconti basati su eventi storici e tramandati di generazione in generazione, spiccano le figure di eroi la cui apoteosi coincide con la morte – talvolta autoinflitta tramite la pratica del seppuku, il taglio rituale del ventre.
Vi sono certo motivazioni legate alle principali religioni e dottrine che hanno formato la cultura nipponica, come lo shintō, il confucianesimo e il buddhismo; ma soprattutto, alla radice dell’affetto che tali figure suscitano nella coscienza collettiva in Giappone, si intrecciano un senso di commozione per la transitorietà della vita e il riconoscimento di una purezza di intenti, di un’autenticità che si rende tanto più evidente ed esplicita quanto meno è sostenuta dalla vittoria, personale o politica.
La fedeltà a una causa o a un ideale si misura non dall’utile che se ne ricava, ma dalla capacità di aderirvi con la totalità del proprio essere.
La figura dell’eroe guerriero, perennemente esposto al rischio della morte, diviene quindi insieme al caduco fiore di ciliegio l’emblema della capacità di accogliere la pienezza nella vita, senza avvinghiarsi ad essa spasmodicamente e senza fuggirla o tradirla, lasciandola accadere e pure passare, sfiorire, tornare alla dimensione originaria, non ancora attualizzata.
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