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Teopompo e la Sicilia
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Riassunto
L’analisi dei dati in nostro possesso ha permesso di ricostruire le caratteristiche della syngraphe teopompea, sul piano del contenuto, del metodo compositivo adottato dallo storico nei Philippika, con particolare riguardo al debito nei confronti della storiografia erodotea. All’interno di una cornice cronologica di riferimento, che va dall’ascesa di Filippo II al 337 a. C., Teopompo inserisce, infatti, di continuo, excursus dentro altri excursus, attraverso i quali dà spazio alle vicende delle popolazioni greche e non greche, che abitavano anche aree remote del mondo fino ad allora conosciuto.
D’altro canto, il fallimento della grecità poleica e la comparsa di Filippo comportò una nuova visione dell’oikoumene e conseguemente un nuovo modo di fare storia: l’attenzione della storiografia teopompea non si concentrerà esclusivamente sulla Grecia, come era accaduto precedentemente con gli Hellenika, ma si rivolgerà a nuove realtà, fino a quel tempo percepite come ‚periferiche‘, quali la Persia e l’Occidente. Proprio nel quadro dell’azione politica di Filippo in Adriatico si inseriva un ampio logos di storia occidentale (FF 184-205, ll. dal 39° al 43°), contenente al suo interno un’ampia digressione sulla Sicilia che, in quattro libri (FF 184-198, ll. dal 39° al 42°), trattava il periodo dal 406 al 343 a. C., cioè dalla tirannide di Dionisio I all’esilio di Dionisio il Giovane a Corinto. Ancora all’azione ‚occidentale‘ del Macedone si collega un excursus adriatico (FF 128-134), nel quale verosimilmente erano contenute res siculae. Il significato di tale spostamento di prospettiva da parte dello storico si può rintacciare nei grandi cambiamenti in atto in Occidente, dovuti all’avanzata dei Celti nella penisola italica e alla crisi della tirannide siracusana; si tratta di eventi che ebbero grande risonanza in Grecia e che accesero il dibattito sulla possibilità di un’espansione occidentale di Filippo.
I frammneti teopompei sulla geografia dell’Adriatico conservano tracce della propaganda siracusana, elaborata da Filisto, relativamente a quell’area; di Dionisio, come di Filippo Teopompo darebbe un’immagine ambivalente nelle due sfere, pubblica e privata: il Macedone, in tutto simile al tiranno siciliano, agli occhi dello storico appare come il diretto erede della politica dionisiana in Grecia e in Occidente.
Nell’antichità il debito nei confronti dell’opera di Teopompo da parte di Diodoro, Trogo e dei biografi fu di proporzioni considerevoli.
Teopompo potrebbe avere costituito la ‚fonte guida‘ per il sedicesimo libro diodoreo; verosimilmente Diodoro nel corso della sua narrazione potrebbe avere utilizzato il Chiota a più riprese e non di continuo; potrebbe, cioè, essersi servito anche degli storici della guerra sacra, quali Demofilo, che scrisse fino al 341 a. C., e Diillo, che scrisse fino alla morte di Filippo. Inoltre, il racconto di storia siciliana che il Chiota inserì nei Philippika (Diod. XVI 71, 3) potrebbe essere stato utilizzato dall’Agirinense oltre che nel sedicesimo libro, per le vicende di Dione e di Timoleonte, anche nei libri precedenti, per le vicende relative a Dionisio I (XIII-XV).
Trogo potrebbe avere utilizzato i Pilippika come modello, canovaccio di riferimento, non solo dal punto di vista delle informazioni storiche ma anche sul piano della struttura dell’opera e della tipologia degli excursus in essa contenuti. Le informazioni presenti nell’excursus sui popoli occidentali del ventesimo libro trogiano sembrano riflettere da vicino il contenuto della digressione adriatica di Teopompo; è, inoltre, possibile che Trogo, relativamente al racconto su Dionisio I (libri XIX-XX)432 e a quello sulle origines Venetorum et Graecorum et Gallorum (XX 1, 6-4. 5, 7-9), avesse utilizzato, fondendoli insieme, l’excursus adriatico (XXI) e quello siciliano (libri XXXIX-XLII) dei Philippika.
L’atteggiamento filodioneo di Nepote, Plutarco e Diodoro e la posizione critica nei confronti dei costumi dissoluti del giovane Dionisio e dei Siracusani (Plutarco, Diodoro e Trogo), sembrano di matrice teopompea. Infine, la presenza del Chiota all’interno del racconto del bios timoleonteo di Plutarco, Diodoro e Nepote potrebbe essere di vasta portata in riferimento all’antefatto della vicenda timoleontea fino alla partenza del Corinzio alla volta della Sicilia.
Title: Teopompo e la Sicilia
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Riassunto
L’analisi dei dati in nostro possesso ha permesso di ricostruire le caratteristiche della syngraphe teopompea, sul piano del contenuto, del metodo compositivo adottato dallo storico nei Philippika, con particolare riguardo al debito nei confronti della storiografia erodotea.
All’interno di una cornice cronologica di riferimento, che va dall’ascesa di Filippo II al 337 a.
C.
, Teopompo inserisce, infatti, di continuo, excursus dentro altri excursus, attraverso i quali dà spazio alle vicende delle popolazioni greche e non greche, che abitavano anche aree remote del mondo fino ad allora conosciuto.
D’altro canto, il fallimento della grecità poleica e la comparsa di Filippo comportò una nuova visione dell’oikoumene e conseguemente un nuovo modo di fare storia: l’attenzione della storiografia teopompea non si concentrerà esclusivamente sulla Grecia, come era accaduto precedentemente con gli Hellenika, ma si rivolgerà a nuove realtà, fino a quel tempo percepite come ‚periferiche‘, quali la Persia e l’Occidente.
Proprio nel quadro dell’azione politica di Filippo in Adriatico si inseriva un ampio logos di storia occidentale (FF 184-205, ll.
dal 39° al 43°), contenente al suo interno un’ampia digressione sulla Sicilia che, in quattro libri (FF 184-198, ll.
dal 39° al 42°), trattava il periodo dal 406 al 343 a.
C.
, cioè dalla tirannide di Dionisio I all’esilio di Dionisio il Giovane a Corinto.
Ancora all’azione ‚occidentale‘ del Macedone si collega un excursus adriatico (FF 128-134), nel quale verosimilmente erano contenute res siculae.
Il significato di tale spostamento di prospettiva da parte dello storico si può rintacciare nei grandi cambiamenti in atto in Occidente, dovuti all’avanzata dei Celti nella penisola italica e alla crisi della tirannide siracusana; si tratta di eventi che ebbero grande risonanza in Grecia e che accesero il dibattito sulla possibilità di un’espansione occidentale di Filippo.
I frammneti teopompei sulla geografia dell’Adriatico conservano tracce della propaganda siracusana, elaborata da Filisto, relativamente a quell’area; di Dionisio, come di Filippo Teopompo darebbe un’immagine ambivalente nelle due sfere, pubblica e privata: il Macedone, in tutto simile al tiranno siciliano, agli occhi dello storico appare come il diretto erede della politica dionisiana in Grecia e in Occidente.
Nell’antichità il debito nei confronti dell’opera di Teopompo da parte di Diodoro, Trogo e dei biografi fu di proporzioni considerevoli.
Teopompo potrebbe avere costituito la ‚fonte guida‘ per il sedicesimo libro diodoreo; verosimilmente Diodoro nel corso della sua narrazione potrebbe avere utilizzato il Chiota a più riprese e non di continuo; potrebbe, cioè, essersi servito anche degli storici della guerra sacra, quali Demofilo, che scrisse fino al 341 a.
C.
, e Diillo, che scrisse fino alla morte di Filippo.
Inoltre, il racconto di storia siciliana che il Chiota inserì nei Philippika (Diod.
XVI 71, 3) potrebbe essere stato utilizzato dall’Agirinense oltre che nel sedicesimo libro, per le vicende di Dione e di Timoleonte, anche nei libri precedenti, per le vicende relative a Dionisio I (XIII-XV).
Trogo potrebbe avere utilizzato i Pilippika come modello, canovaccio di riferimento, non solo dal punto di vista delle informazioni storiche ma anche sul piano della struttura dell’opera e della tipologia degli excursus in essa contenuti.
Le informazioni presenti nell’excursus sui popoli occidentali del ventesimo libro trogiano sembrano riflettere da vicino il contenuto della digressione adriatica di Teopompo; è, inoltre, possibile che Trogo, relativamente al racconto su Dionisio I (libri XIX-XX)432 e a quello sulle origines Venetorum et Graecorum et Gallorum (XX 1, 6-4.
5, 7-9), avesse utilizzato, fondendoli insieme, l’excursus adriatico (XXI) e quello siciliano (libri XXXIX-XLII) dei Philippika.
L’atteggiamento filodioneo di Nepote, Plutarco e Diodoro e la posizione critica nei confronti dei costumi dissoluti del giovane Dionisio e dei Siracusani (Plutarco, Diodoro e Trogo), sembrano di matrice teopompea.
Infine, la presenza del Chiota all’interno del racconto del bios timoleonteo di Plutarco, Diodoro e Nepote potrebbe essere di vasta portata in riferimento all’antefatto della vicenda timoleontea fino alla partenza del Corinzio alla volta della Sicilia.
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