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“Fiorentina” patrimonio dell'UNESCO?
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Al di là delle quasi generalizzate espressioni di soddisfazione, non
prive di elementi di sorpresa, la notizia delle iniziative intraprese
per far entrare la “Bistecca alla Fiorentina” nel Patrimonio dell’UNESCO
merita qualche riflessione. E non potrebbe essere altrimenti quando,
come in questo caso, si tratta di un prodotto risultante da una filiera
complessa nella quale sono coinvolte molte, e diverse, categorie di
operatori. A monte però è necessario porsi la domanda se la Fiorentina
si debba considerare un bene materiale o immateriale. La risposta non
può che essere: “entrambi”, perché la “materialità” della Bistecca,
taglio particolarmente pregiato del quarto posteriore, è innegabile.
D’altra parte la stessa è frutto di una lunga tradizione culturale
caratteristica di Firenze e, in parte, dell’intera Toscana, tradizione
che non ha nulla da invidiare ad altre che, in diversi continenti, sono
andate fregiandosi di questo riconoscimento in anni recenti. “Bene”
anche immateriale dunque, che peraltro, al contrario di balli e canti di
culture lontane, non credo corra il rischio di essere dimenticato, come
non possono essere dimenticate Firenze e la Toscana. Ma torniamo alla
“materialità” della Fiorentina. Nessuno può negare che la tradizione
preveda l’impiego di bistecche provenienti da bestiame locale, in primo
luogo di razza Chianina, sia per le oggettive caratteristiche di
qualità, sensoriale e dietetica, delle carni provenienti da questa
razza, che per le dimensioni del taglio, che non possono limitarsi a
questioni di spessore (voce troppo spesso esagerata) ma esigono anche
una superficie ampia, raggiungibile solo in razze di grandi dimensioni
come la nostra; in secondo istanza possono essere considerate altre
razze autoctone locali (Calvana in primis, Marchigiana, Romagnola,
Maremmana) che, se non altro, condividono con la Chianina gran parte del
patrimonio genetico e dei sistemi di allevamento e di alimentazione,
nel pieno rispetto proprio delle tradizioni culturali che si intende
valorizzare. Non avrei perplessità sull’uso di lombate di Piemontese o
di Limousine italiana, ma ne avrei sull’impiego di razze
extracontinentali, non perché il risultato sia per forza mediocre (anzi,
per esperienza posso dire che una Fiorentina fatta con un taglio di
Angus può essere ottima) ma perché è “diverso” da quello delle nostre
razze in termini di quantità e distribuzione del grasso, di composizione
chimica e di aroma. Non dimentichiamo che la specificità è il primo
vero requisito qualità di un prodotto alimentare e un prodotto che può
essere tutto e il contrario di tutto non può essere di qualità e tanto
meno fregiarsi di un marchio come quello in discussione, da alcuni
considerato prestigioso.
Title: “Fiorentina” patrimonio dell'UNESCO?
Description:
Al di là delle quasi generalizzate espressioni di soddisfazione, non
prive di elementi di sorpresa, la notizia delle iniziative intraprese
per far entrare la “Bistecca alla Fiorentina” nel Patrimonio dell’UNESCO
merita qualche riflessione.
E non potrebbe essere altrimenti quando,
come in questo caso, si tratta di un prodotto risultante da una filiera
complessa nella quale sono coinvolte molte, e diverse, categorie di
operatori.
A monte però è necessario porsi la domanda se la Fiorentina
si debba considerare un bene materiale o immateriale.
La risposta non
può che essere: “entrambi”, perché la “materialità” della Bistecca,
taglio particolarmente pregiato del quarto posteriore, è innegabile.
D’altra parte la stessa è frutto di una lunga tradizione culturale
caratteristica di Firenze e, in parte, dell’intera Toscana, tradizione
che non ha nulla da invidiare ad altre che, in diversi continenti, sono
andate fregiandosi di questo riconoscimento in anni recenti.
“Bene”
anche immateriale dunque, che peraltro, al contrario di balli e canti di
culture lontane, non credo corra il rischio di essere dimenticato, come
non possono essere dimenticate Firenze e la Toscana.
Ma torniamo alla
“materialità” della Fiorentina.
Nessuno può negare che la tradizione
preveda l’impiego di bistecche provenienti da bestiame locale, in primo
luogo di razza Chianina, sia per le oggettive caratteristiche di
qualità, sensoriale e dietetica, delle carni provenienti da questa
razza, che per le dimensioni del taglio, che non possono limitarsi a
questioni di spessore (voce troppo spesso esagerata) ma esigono anche
una superficie ampia, raggiungibile solo in razze di grandi dimensioni
come la nostra; in secondo istanza possono essere considerate altre
razze autoctone locali (Calvana in primis, Marchigiana, Romagnola,
Maremmana) che, se non altro, condividono con la Chianina gran parte del
patrimonio genetico e dei sistemi di allevamento e di alimentazione,
nel pieno rispetto proprio delle tradizioni culturali che si intende
valorizzare.
Non avrei perplessità sull’uso di lombate di Piemontese o
di Limousine italiana, ma ne avrei sull’impiego di razze
extracontinentali, non perché il risultato sia per forza mediocre (anzi,
per esperienza posso dire che una Fiorentina fatta con un taglio di
Angus può essere ottima) ma perché è “diverso” da quello delle nostre
razze in termini di quantità e distribuzione del grasso, di composizione
chimica e di aroma.
Non dimentichiamo che la specificità è il primo
vero requisito qualità di un prodotto alimentare e un prodotto che può
essere tutto e il contrario di tutto non può essere di qualità e tanto
meno fregiarsi di un marchio come quello in discussione, da alcuni
considerato prestigioso.
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