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Lobby anti-alcol e vino: il possibile ruolo (a favore del vino) della sostenibilità
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Una delle più gravi minacce che il mondo del vino sta subendo, a livello
internazionale, è il potere crescente della lobby anti-alcol, che non
distingue tra il vino e le altre bevande alcoliche e che considera
il vino solo come fonte di alcol e quindi dannoso per la salute umana,
indipendentemente dalla dose. Anche l’Organizzazione Mondiale della
Sanità (OMS) ha da tempo in agenda il discorso relativo all’alcol che
assieme al tabacco è nella lista dei composti associati alle malattie
non trasmissibili e che indica anche alcune strategie da adottare per
prevenire quelle malattie, come ad esempio l’aumento della
tassazione, restrizioni alla vendita, divieto di pubblicità. Ci sono
però altre voci, positive per il vino, che provengono sia dal mondo
scientifico che dalla società, come ad esempio quella dell’associazione
Wine in Moderation che lancia un messaggio molto semplice: l’abuso di
alcol è dannoso per la salute umana, ma un consumo moderato e
consapevole di vino (per una persona sana) è positivo sia per il corpo
che per la mente. Anche l’Unione Europea ha nel mirino il vino, oggetto
di attenzione per quanto riguarda l’indicazione degli ingredienti in
etichetta, prodromo, secondo alcuni (ex il CEEV – Comité Européen des
Enterprises Vins) di possibili azioni ostili come gli health-warnings,
similmente a quelli a carico delle sigarette. Il già citato CEEV cerca
di reagire a questi attacchi, ma per arginare il problema è necessario
che si crei un ambiente, un modo di pensare favorevole al consumo
consapevole di vino, che questo cioè diventi conventional wisdom;
bisogna riuscire a dimostrare cioè che un mondo senza vino (come
vorrebbero taluni) sarebbe peggiore di un mondo col vino. Penso che ci
siano due strategie principali per raggiungere quell’obiettivo: la
prima è enfatizzare il ruolo culturale del vino, visto che condivide la
storia di una parte dell’umanità da millenni e che è fortemente
radicato nel vissuto di molte nazioni. Il vino è un prodotto
affascinante, non solo per l’aspetto edonistico del sorseggiarne un
calice, ma anche per gli aspetti immateriali e le emozioni che suscita
in chi lo degusta; è ricco di significati a volte contraddittori tra
loro, come scienza ed arte, storia e leggenda, sacro e profano. Gli
aspetti salutistici sono importanti, ma da considerarsi come effetti
collaterali positivi e non come motivo principale per il suo consumo.
Chi può avere dunque il coraggio di combattere un prodotto culturale?
La seconda è di connotare il vino come campione della sostenibilità, e
qui c’è ancora molto da fare, ma è uno stimolo per accelerare questo
percorso virtuoso (della sostenibilità).
Title: Lobby anti-alcol e vino: il possibile ruolo (a favore del vino) della sostenibilità
Description:
Una delle più gravi minacce che il mondo del vino sta subendo, a livello
internazionale, è il potere crescente della lobby anti-alcol, che non
distingue tra il vino e le altre bevande alcoliche e che considera
il vino solo come fonte di alcol e quindi dannoso per la salute umana,
indipendentemente dalla dose.
Anche l’Organizzazione Mondiale della
Sanità (OMS) ha da tempo in agenda il discorso relativo all’alcol che
assieme al tabacco è nella lista dei composti associati alle malattie
non trasmissibili e che indica anche alcune strategie da adottare per
prevenire quelle malattie, come ad esempio l’aumento della
tassazione, restrizioni alla vendita, divieto di pubblicità.
Ci sono
però altre voci, positive per il vino, che provengono sia dal mondo
scientifico che dalla società, come ad esempio quella dell’associazione
Wine in Moderation che lancia un messaggio molto semplice: l’abuso di
alcol è dannoso per la salute umana, ma un consumo moderato e
consapevole di vino (per una persona sana) è positivo sia per il corpo
che per la mente.
Anche l’Unione Europea ha nel mirino il vino, oggetto
di attenzione per quanto riguarda l’indicazione degli ingredienti in
etichetta, prodromo, secondo alcuni (ex il CEEV – Comité Européen des
Enterprises Vins) di possibili azioni ostili come gli health-warnings,
similmente a quelli a carico delle sigarette.
Il già citato CEEV cerca
di reagire a questi attacchi, ma per arginare il problema è necessario
che si crei un ambiente, un modo di pensare favorevole al consumo
consapevole di vino, che questo cioè diventi conventional wisdom;
bisogna riuscire a dimostrare cioè che un mondo senza vino (come
vorrebbero taluni) sarebbe peggiore di un mondo col vino.
Penso che ci
siano due strategie principali per raggiungere quell’obiettivo: la
prima è enfatizzare il ruolo culturale del vino, visto che condivide la
storia di una parte dell’umanità da millenni e che è fortemente
radicato nel vissuto di molte nazioni.
Il vino è un prodotto
affascinante, non solo per l’aspetto edonistico del sorseggiarne un
calice, ma anche per gli aspetti immateriali e le emozioni che suscita
in chi lo degusta; è ricco di significati a volte contraddittori tra
loro, come scienza ed arte, storia e leggenda, sacro e profano.
Gli
aspetti salutistici sono importanti, ma da considerarsi come effetti
collaterali positivi e non come motivo principale per il suo consumo.
Chi può avere dunque il coraggio di combattere un prodotto culturale?
La seconda è di connotare il vino come campione della sostenibilità, e
qui c’è ancora molto da fare, ma è uno stimolo per accelerare questo
percorso virtuoso (della sostenibilità).
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