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Che fine hanno fatto i nostri pinoli?

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Albero multifunzionale come ben pochi (solo il castagno può competere), il pino domestico da sempre rappresenta un anello di congiunzione tra selvicoltura e frutticoltura. Esso è presente da millenni nei nostri ambienti e ci ricorda un passato glorioso sulle terre e sui mari (era uno dei legni preferiti per le costruzioni navali), ci collega idealmente con antiche civiltà scomparse e ci garantisce un legame stretto con le comunità locali; è ricorrente nella letteratura, nelle arti decorative, nei miti, nella quotidianità ed è un assoluto simbolo di “toscanità”. Il pinolo, suo prezioso seme, è un prodotto “biologico” per eccellenza, protagonista della nostra cucina, piccolo e morbido interprete essenziale di preparazioni salate o dolci, che vanno dall’antipasto al dessert, presente in centinaia di ricette tradizionali, dalle Alpi alla Sicilia. Biroldo, castagnaccio, pasta che sàrdi, pesto, pinolata, salsa di pinoli, sarde a beccaficu, spungata, strudel, torta co’ bischeri, mantovana, sono tutti gioielli della tradizione gastronomica. Almeno quattro i sensi soddisfatti dal pinolo: gustoso da assaporare, profumato da odorare, bello da vedere e piacevole al tatto. La sua “etichetta nutrizionale” mette in evidenza i pregi del prodotto di un’alimentazione moderna e allo stesso tempo legata alle tradizioni. La quintessenza dell’healthy food. Il pinolo è ingrediente qualificante per una dieta bilanciata, in particolare per l’assenza di colesterolo (e anche di glutine), per l’apporto di elementi preziosi, come i sali minerali e per il contenuto di antiossidanti e di grassi “buoni”, quelli che non si depositano nelle arterie.Lo strobilo (pina, o pigna) è un “frutto” quanto mai peculiare: completa la maturazione in tre anni, per non parlare del fatto che viene prodotto ad un’altezza da terra che non ha pari in campo frutticolo. Una pineta domestica origina diverse tipologie di prodotti: oltre ai pinoli, il legname (per la produzione di cellulosa, per biomassa da combustione e, in passato, impiegato nell’industria cantieristica e nell’edilizia e per l’estrazione della resina), gli strobili esausti (insieme ai gusci, come biomassa da energia; le squame come pacciamatura). Ma la presenza del pino domestico può essere declinata anche in ben altre valenze e funzioni: ambientale/ecologica, igienico/sanitaria, storico/colturale, paesaggistica/turistica, il tutto nell’ottica attualissima dei “servizi ecosistemici”. Si tratta di una “firma” irrinunciabile del paesaggio costiero di molte aree mediterranee.
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Title: Che fine hanno fatto i nostri pinoli?
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Albero multifunzionale come ben pochi (solo il castagno può competere), il pino domestico da sempre rappresenta un anello di congiunzione tra selvicoltura e frutticoltura.
Esso è presente da millenni nei nostri ambienti e ci ricorda un passato glorioso sulle terre e sui mari (era uno dei legni preferiti per le costruzioni navali), ci collega idealmente con antiche civiltà scomparse e ci garantisce un legame stretto con le comunità locali; è ricorrente nella letteratura, nelle arti decorative, nei miti, nella quotidianità ed è un assoluto simbolo di “toscanità”.
Il pinolo, suo prezioso seme, è un prodotto “biologico” per eccellenza, protagonista della nostra cucina, piccolo e morbido interprete essenziale di preparazioni salate o dolci, che vanno dall’antipasto al dessert, presente in centinaia di ricette tradizionali, dalle Alpi alla Sicilia.
Biroldo, castagnaccio, pasta che sàrdi, pesto, pinolata, salsa di pinoli, sarde a beccaficu, spungata, strudel, torta co’ bischeri, mantovana, sono tutti gioielli della tradizione gastronomica.
Almeno quattro i sensi soddisfatti dal pinolo: gustoso da assaporare, profumato da odorare, bello da vedere e piacevole al tatto.
La sua “etichetta nutrizionale” mette in evidenza i pregi del prodotto di un’alimentazione moderna e allo stesso tempo legata alle tradizioni.
La quintessenza dell’healthy food.
Il pinolo è ingrediente qualificante per una dieta bilanciata, in particolare per l’assenza di colesterolo (e anche di glutine), per l’apporto di elementi preziosi, come i sali minerali e per il contenuto di antiossidanti e di grassi “buoni”, quelli che non si depositano nelle arterie.
Lo strobilo (pina, o pigna) è un “frutto” quanto mai peculiare: completa la maturazione in tre anni, per non parlare del fatto che viene prodotto ad un’altezza da terra che non ha pari in campo frutticolo.
Una pineta domestica origina diverse tipologie di prodotti: oltre ai pinoli, il legname (per la produzione di cellulosa, per biomassa da combustione e, in passato, impiegato nell’industria cantieristica e nell’edilizia e per l’estrazione della resina), gli strobili esausti (insieme ai gusci, come biomassa da energia; le squame come pacciamatura).
Ma la presenza del pino domestico può essere declinata anche in ben altre valenze e funzioni: ambientale/ecologica, igienico/sanitaria, storico/colturale, paesaggistica/turistica, il tutto nell’ottica attualissima dei “servizi ecosistemici”.
Si tratta di una “firma” irrinunciabile del paesaggio costiero di molte aree mediterranee.

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