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«Insegnare? Che parola difficile». Corrado Levi al Politecnico di Milano
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Lo studio analizza l’insegnamento sviluppato da Corrado Levi nel suo lungo periodo di docenza presso il Politecnico di Milano (1966–2002), con particolare attenzione al frangente che va dalla fine degli anni Sessanta agli anni Ottanta. Dal sapore inizialmente anti-accademico e militante, il corso di Levi propone un’idea di didattica fondata sul rifiuto della figura del maestro, sulla messa in discussione delle gerarchie e sul riconoscimento del sapere come costruzione storicamente e socialmente situata, temi che verranno in seguito declinati con maggiore leggerezza e ironia, attraverso l’attenzione a singole personalità del mondo della cultura, nella sua accezione più ampia. Il testo ricostruisce le matrici culturali e politiche di questa postura, rintracciandole nel clima delle lotte studentesche degli anni Sessanta e Settanta, nelle pratiche femministe di autocoscienza, nella militanza omosessuale e nel dialogo con la sinistra extraparlamentare. Centrale è il principio del “partire da sé”, inteso come metodo conoscitivo che assume l’esperienza soggettiva e il corpo come fonti primarie di analisi, mettendo in relazione privato e politico, architettura e strutture di potere patriarcali e capitalistiche. Attraverso l’analisi di testi programmatici, dispense e materiali didattici, il contributo intende evidenziare come l’insegnamento di Levi abbia rappresentato uno spazio singolare di sperimentazione capace di incidere profondamente sui processi formativi e di favorire un'inclinazione mentale che segnerà in modo duraturo molti dei suoi studenti, in particolare alcuni attivi sulla scena milanese, come Stefano Arienti, che proprio in relazione a Levi muoveranno i primi passi nel mondo dell’arte.
Title: «Insegnare? Che parola difficile». Corrado Levi al Politecnico di Milano
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Lo studio analizza l’insegnamento sviluppato da Corrado Levi nel suo lungo periodo di docenza presso il Politecnico di Milano (1966–2002), con particolare attenzione al frangente che va dalla fine degli anni Sessanta agli anni Ottanta.
Dal sapore inizialmente anti-accademico e militante, il corso di Levi propone un’idea di didattica fondata sul rifiuto della figura del maestro, sulla messa in discussione delle gerarchie e sul riconoscimento del sapere come costruzione storicamente e socialmente situata, temi che verranno in seguito declinati con maggiore leggerezza e ironia, attraverso l’attenzione a singole personalità del mondo della cultura, nella sua accezione più ampia.
Il testo ricostruisce le matrici culturali e politiche di questa postura, rintracciandole nel clima delle lotte studentesche degli anni Sessanta e Settanta, nelle pratiche femministe di autocoscienza, nella militanza omosessuale e nel dialogo con la sinistra extraparlamentare.
Centrale è il principio del “partire da sé”, inteso come metodo conoscitivo che assume l’esperienza soggettiva e il corpo come fonti primarie di analisi, mettendo in relazione privato e politico, architettura e strutture di potere patriarcali e capitalistiche.
Attraverso l’analisi di testi programmatici, dispense e materiali didattici, il contributo intende evidenziare come l’insegnamento di Levi abbia rappresentato uno spazio singolare di sperimentazione capace di incidere profondamente sui processi formativi e di favorire un'inclinazione mentale che segnerà in modo duraturo molti dei suoi studenti, in particolare alcuni attivi sulla scena milanese, come Stefano Arienti, che proprio in relazione a Levi muoveranno i primi passi nel mondo dell’arte.
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